“Generazione Canottaggio” – Luca Agoletto e il Pararowing: “Fonte di miglioramento della qualità della vita”
“Generazione Canottaggio” – Luca Agoletto e il Pararowing: “Fonte di miglioramento della qualità della vita”

Un oro olimpico, a Pechino nel 2008, il primo storico e mai bissato della Nazionale Pararowing, allora Adaptive Rowing. Due podi mondiali, un secondo posto in Coppa del Mondo e tanto altro ancora. Un bagaglio d’esperienza, quello del sessantatreenne Luca Agoletto, al servizio del gruppo paralimpico della FIC e dei suoi atleti al Circolo Canottieri Aniene, utile a far “crescere” nel migliore dei modi, il nuovo che avanza.

Da quell’oro a Pechino nel 2008, quanto è cambiato il mondo paralimpico e dove in particolare?
“Posso dirvi che da quell’oro nel 2008, il mondo paralimpico è cambiato strutturalmente, perché anche i ragazzi hanno un approccio diverso a questo mondo, più specifico ‘ad personam’. I ragazzi hanno un approccio diverso complice, anche e soprattutto, la crescita mediatica che in 17 anni, è stata esponenziale. Noi, forse, eravamo più passionali e anche più grandi di età: io quell’oro lo vinsi a 46 anni. Adesso la giovane età porta ad essere più meticolosi, ad avere molti più impegni”.
Tecnico federale e in uno dei circoli storici, l’Aniene. Come si combina il tuo lavoro in tal senso?
“Avendo un doppio riscontro, sia all’Aniene, che con i ragazzi della nazionale, la differenza di cui parlavo prima, è molto problematica, perché tutti quanti sono impegnati a lavorare e, quindi, l’impegno paralimpico diventa gravoso. A differenza di noi, che più avanti di età, potevamo gestirci meglio. Loro studiano, lavorano e poi devono allenarsi. Il canottaggio, purtroppo, non fa sconti. A certi livelli, soprattutto, bisogna allenarsi mattina e sera, c’è bisogno di due allenamenti al giorno. I tecnici, e vengo al dunque, devono essere ancora più appassionati e più dediti a questi ragazzi”.
Si guarda a Los Angeles 2028, com’è giusto che sia. Quanto margine c’è secondo te per migliorare una situazione già di per sé buona?
“A Los Angeles 2028 si guarda con grande spinta da parte di noi tecnici. Abbiamo il dovere di motivare tutti quanti gli atleti in maniera sempre più intensa. Quindi, da qui ai Giochi, cercheremo di curarli sia nell’aspetto tecnico del canottaggio, che nel lavoro propedeutico in palestra. La situazione è discreta, non ancora buona, perché i ragazzi devono essere indirizzati nel giusto tipo di tipologia di lavoro”.

Secondo te in che misura c’è considerazione verso il pararowing e dove, dal punto di vista della visibilità, si può migliorare?
“La visibilità, secondo me, dovrebbe essere diversificata nelle distanze di gara. È una cosa che sta vagliando anche World Rowing. Quella secondo me sarebbe una diversificazione importante, che darebbe ancora più visibilità al movimento. Basta guardare ciò che accade nella canoa, uno sport similare. Le nostre gare durano troppo”.
Il pararowing può rappresentare uno schiaffo alle sofferenze ed una fonte di vita ulteriore?
“Sì, senza ombra di dubbio. Una fonte di miglioramento personale, perché tutti i ragazzi che si sono approcciati al pararowing, hanno migliorato la loro qualità di vita. Ho vissuto esperienze personali al circolo, con persone che stavano sulla sedia rotelle, con delle lesioni alla schiena e che ora, grazie al pararowing, possono deambulare con le stampelle, perché questo movimento porta a delle stimolazioni a livello muscolare generico che danno una qualità di vita migliore. L’ho provato sulla mia pelle: io riesco a camminare e l’ho visto fare a tantissimi altri ragazzi, ma anche a persone di una certa età. Parlo di livello agonistico, come di gente che per passione approccia al mondo del remo e che ha migliorato la propria vita”.
Con quanti atleti lavori all’Aniene e su chi, guardando avanti, si può puntare?
“Lavoro su cinque atleti. Tre sono di interesse nazionale e gli altri due sono neofiti, ma ne stanno arrivando altri tre o quattro, quindi aumenterà il mio lavoro Certo, mi devo dividere fra i raduni della Nazionale e Circolo, ma per me non è un problema. Lo faccio per passione con qualsiasi ragazzo. Il mio cellulare lo lascio a tutti quanti, in maniera che qualsiasi cosa abbiano bisogno, anche quando sono in Nazionale, io ci sono comunque. Ho anche un paio di atleti che hanno delle disabilità molto marcate, che però costantemente tutti i giorni vengono ad allenarsi perché hanno trovato dei giovamenti”.
Gianluca Atlante















