TRIESTE, 30 giugno 2009 – Sono appassionato di canottaggio d’epoca, e quando trovo sui banchetti di rigattieri di tutto il mondo (sempre più rari), su internet o tramite qualche conoscente antiquario qualche reperto riguardante il canottaggio d’annata, lo faccio mio.
Mi avevano molto incuriosito alcune foto relative alle Olimpiadi di Berlino del 1936, autrice Leni Riefenstahl, non solo inerenti il canottaggio, ma anche ad altre discipline sportive (l’atletica leggera in primis), tanto che ho preso informazioni sull’autrice, dalla carriera davvero interessante.
Per quanto riguarda il canottaggio a Berlino invece, ho trovato (non l’originale ovviamente), ma una bellissima e suggestiva riproduzione dello “Scarronzone” Mario Checcacci, medaglia d’argento nell’otto, una foto storica ma molto significativa per l’epoca.
Mi sono allora aiutato in questa brevissima ricerca con Wikipedia, e ne è uscito ciò che potete andare a leggere: notizie che molti sapranno già, o forse no…comunque interessanti.
Nella storia degli Scarronzoni, durata venti anni (dal 1928 al 1948), sono passati 27 atleti che – oltre a due medaglie d’argento alle due edizioni delle Olimpiadi – hanno conquistato anche due titoli europei (1929 e 1937) e 12 titoli nazionali.
L’ultimo degli Scarronzoni è stato Oreste Grossi (1912-2008), il quale ha pubblicato un libro principale fonte di informazioni sulla storia dell’otto livornese.
Alberto Bonciani, Mario Checcacci, Giovanni Persico, Dante Secchi, Enrico Garzelli, Enzo Bartolini, Ottorino Quaglierini, Oreste Grossi, timoniere Cesare Milani.
Altri canottieri
Dario Lavoratori, Antonio Colonnacchi e Ottorino Godini: campioni italiani e partecipanti all’europeo del 1935. Corrado Neri e Pio Manteri: regate internazionali. Mario Magherini: equipaggio del 1947. Enzo Favilla, Renato Tognaccini, Mario Del Bimbo e Raffaello Cioni: componenti del primo equipaggio.
Allenatori: Carlo Mazzanti, Mario Ghiozzi. Presidenti: Gino Benini e Vincenzo Razzauti. Vice presidenti: Nello e Ugo Razzauti.
Il principale allenatore degli Scarronzoni fu Mario Ghiozzi il quale, studioso di stili di voga, dopo essere stato il primo timoniere dell’imbarcazione fu anche Commissario Tecnico Unico della Nazionale Italiana il cui armo di punta era lo stesso otto livornese.
Curiosità
Il nome Scarronzoni deriva dalla prima regata a cui partecipò l’otto dell’Unione Canottieri Livornesi. A Massaciuccoli, per i campionati toscani, i movimenti della ciurma (in gran parte abituata al canottaggio a sedile fisso) erano sgraziati e non eleganti. La barca scarrocciava, appunto, come si dice in termine marinaresco. Chi li vide remare li chiamò “Scarronzoni”. Il nome è poi rimasto a tutti gli equipaggi che l’Unione, negli anni, ha presentato fino al 1948.
Aneddoti
Due sono gli episodi principali che danno l’idea della forza d’animo – prima che fisica – degli Scarronzoni. Nel primo caso il protagonista è il timoniere Cesare Milani. Tecnico di voga all’Accademia Navale di Livorno, aveva un buon stipendio che tuttavia non riusciva a “gestire”. Fu così che alla presentazione dei giovani rampolli dell’università di Cambridge, avversari degli Scarronzoni in una regata internazionale, Milani sentì che tutti i vogatori inglesi venivano definiti “pari d’Inghilterra“, titolo nobiliare nel Regno Unito. Dopo aver sentito l’ennesimo “pari d’Inghilterra”, Milani dal basso della sua statura gridò: “Beati voi che siete pari, a Livorno m’avanzan tutti”. Ancora più tipicamente livornese è l’altro episodio curioso sugli Scarronzoni che mette in luce il grande orgoglio dell’equipaggio. L’otto labronico, a Pallanza, sul lago Maggiore, avrebbe dovuto completare un allenamento di “defaticamento“, ma qualcuno della barca lanciò scherzosamente un livornesissimo “il budello di su’ma’ chi molla”, non proprio un complimento per una mamma. Per difendere l’onore delle madri, gli otto Scarronzoni partirono alle 16,30 e alle 21,30 un motoscafo fu costretto ad andar loro incontro. Si racconta che si scorgesse già la Svizzera.
Gli Scarronzoni oggi
La memoria di questa lunga avventura sportiva è stata tenuta viva a Livorno grazie a Oreste Grossi (con la sua pubblicazione e le interviste che periodicamente gli venivano chieste) e alla vitalità dell’associazione “Alberto Bonciani“, gestita dal figlio dello Scarronzone, Paolo, e da sua moglie Patrizia, che organizza mostre fotografiche e dibattiti nell’ambito delle feste cittadine.
Purtroppo Grossi è venuto a mancare il 15 febbraio 2008 a causa di una crisi respiratoria
Queste invece le notizie relative alla fotografa Leini Riefenstahl:
Leni Riefenstahl
Da Wikipedia, l’enciclopedia libera.
Helene Bertha Amalia Riefenstahl
Helene Bertha Amalia Riefenstahl detta Leni (Berlino, 22 agosto 1902 – Pöcking, 8 settembre 2003) è stata una regista e fotografa tedesca. Il suo debutto come documentarista fu intimamente legata al nazismo ma, in seguito, si fece apprezzare come autrice di intense opere sulle culture tradizionali africane e sulla biologia marina.
Dopo un infortunio al ginocchio, che interruppe la sua carriera di ballerina, la Riefenstahl presenziò alla proiezione di un film naturalistico relativo alle montagne e rimase affascinata dalle possibilità del mezzo cinematografico. Fece un lungo viaggio sulle Alpi, della durata di circa un anno, e, al suo ritorno, contattò Arnold Fanck. Fanck, pioniere del «cinema di montagna», un genere che riscuoteva un buon successo all’epoca, era il regista del film visto in precedenza dalla Riefenstahl che gli chiese un ruolo per il suo prossimo progetto cinematografico.
Nel 1926 la Riefenstahl iniziò anche a recitare, partecipando al film Der Heilige Berg («La montagna sacra») e divenne rapidamente la star in numerosi film diretti da Fanck presentandosi come una giovane donna atletica ed avventurosa dotata di un suggestivo appeal. La sua carriera di attrice di film muti fu prolifica tanto da meritarle la considerazione di registi che appassionati di cinema tedeschi dell’epoca.
Nel 1932 diresse ed interpretò nel ruolo di protagonista il suo primo film Das blaue Licht (letteralmente la «La luce blu», distribuito in Italia come «La bella maledetta»); è da rimarcare la presenza della Riefenstahl dietro la macchina da presa in un periodo nel quale la regia era affidata quasi esclusivamente ad uomini. Il film venne visto da Adolf Hitler che rimase favorevolmente impressionato, tanto da chiamarla per la direzione dei successivi film propagandistici dei raduni tenuti a Norimberga dal Partito nazionalsocialista.
L’ultima interpretazione nella veste di attrice, prima di passare definitivamente alla regia, fu SOS Eisberg («SOS iceberg») girato nel 1933.
Regista del nazismo
La Riefenstahl ascoltò un discorso di Adolf Hitler tenuto durante un raduno nel 1932 e rimase folgorata, come molti suoi contemporanei tedeschi, dalla potente oratoria del Führer. L’attrazione reciproca portò ad un incontro tra i due: Hitler, che si reputava artista, vide in questa giovane donna colei che avrebbe potuto creare l’immagine di una Germania wagneriana che emanasse bellezza, potenza, forza e volontà di riscatto da utilizzare a fini propagandistici in patria ed all’estero.
Durante l’incontro egli chiese alla Riefenstahl di girare un cortometraggio in occasione del congresso del partito che si sarebbe tenuto a Norimberga nel settembre 1933 per celebrare l’ascesa al potere dei nazisti (Machtergreifung). Il film realizzato, dal titolo Der Sieg des Glaubens («La vittoria della fede»), fu reputato un capolavoro da Hitler che però fu obbligato a ritirarlo dalle sale in conseguenza della «Notte dei lunghi coltelli». Tra il 29 ed il 30 giugno 1934 Hitler, nel corso dell’iniziale lotta per il potere, purgò i vertici del partito nazista eliminando i dirigenti delle le riottose Sturmabteilung (SA) guidate da Ernst Röhm, che morì nel corso dell’operazione. Il girato di Der Sieg des Glaubens conteneva molte scene di Röhm ed altri dirigenti delle SA, allora osannati dalle folle e divenuti poi “innominabili”; per questo Hitler ordinò il ritiro e la distruzione di tutte le copie presenti sul mercato. Addolorato per la giovane regista Hitler le propose di girare un film in occasione del successivo raduno del settembre 1934.
Triumph des Willens («Il trionfo della volontà»), girato in questa occasione, diverrà uno dei classici dei film di propaganda, per la capacità di glorificare la figura del Führer, nuovo messia del popolo tedesco. La sapiente regia della Riefenstahl riuscì a trasmettere agli spettatori un senso di potenza, ordine e rinascita attraverso inquadrature panoramiche di sterminate masse d’uomini marcianti in formazioni rigidamente inquadrate, musica wagneriana travolgente e scenografie imponenti realizzate per il congresso dall’architetto Albert Speer, destinato a diventare negli anni successivi uno dei più importanti leader nazisti. A completare l’opera e per intervallare l’incalzare delle immagini, la Riefenstahl inserì estratti dei discorsi tenuti dai capi del partito in occasione del raduno.
Lodato da Hitler come «incomparabile glorificazione della potenza e della bellezza del nostro Movimento [nazionalsocialista]», [2] il film venne però criticato dai generali della Wehrmacht che affermarono di essere stati esclusi dalle riprese: in effetti il film contiene solo un breve spezzone relativo alle manovre dell’esercito. Hitler, desideroso di smorzare le polemiche dell’esercito, propose allora alla Riefenstahl di montare alcune scene aggiuntive che avrebbero dovuto mostrare la potenza del “nuovo” esercito tedesco. La Riefenstahl rifiutò il consiglio di Hitler e tornò l’anno successivo a Norimberga per girare un cortometraggio interamente dedicato alle forze armate che prese il titolo di Tag der Freiheit – Unsere Wehrmacht («I giorni della libertà – Il nostro esercito»), dove il termine «libertà» si riferiva al ripudio del