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Remando a Nord-Est

venerdì 11 Aprile 2025

Remando a Nord-Est

Con questi brevi ricordi ho dato inizio alla seconda parte della raccolta di racconti Remando a Nord – Est, che ricordano i trascorsi vissuti in prima persona con e per il canottaggio.

BARCOLA MON AMOUR I PUNTATA

Conto alla rovescia per la gara che il CMM N. Sauro organizza in occasione del centenario della società. Il ritorno, uno dei pochi purtroppo, sullo storico campo di regata di Barcola (Trieste). Ed è a questo proposito, che mi piace introdurre l’evento del club di viale Miramare, con un passo tratto dal libro di Emilio Felluga “Sognavo il Tour de France (ma non avevo la bicicletta).” Una splendida raccolta di racconti riguardanti lo sport nel FVG, scritti da Emilio tra il serio ed il faceto, con un risultato a dir poco sorprendente.

Sappiate che l’arrivo delle regate, dove oggi sosta la roulotte dei giudici, nei primi anni ’70, non aveva nulla a parte un tavolo e delle sedie, tantomeno una presa di corrente alla quale attaccarsi per l’impianto audio. “L’ideale,” racconta Emilio, “sarebbe stato avere un contatto diretto con la rete elettrica, ma lungo la riviera barcolana, nell’area dove si piazzava la giuria, non esisteva nessuna possibilità di connessione. Ai poveri, tuttavia la fantasia non manca e anche quella volta, gira e rigira, la soluzione giunse. Ci serviva un lungo cavo che dalla tribuna potesse incrociare viale Miramare e arrivare fino all’abitazione di Mario Ustolin, ex canottiere olimpico a Londra nel 1948 e allenatore della Ginnastica Triestina (e il cui figlio Maurizio, a quei tempi, stava vogando a buoni livelli).

Non si trattava di un’impresa impossibile. Bisognava muoversi in rettilineo, attraversare la strada e far arrivare il cavo al primo piano dell’abitazione di Mario, la cui famiglia aveva volentieri dato la propria disponibilità. Trovammo il filo e l’esperimento funzionò al primo tentativo. Da quel momento, in occasione di ogni gara, un gruppuscolo di canottieri provvedeva a raggiungere all’alba la casa di Ustolin, dove la signora Narcisa, moglie del campione di Londra, attendeva di poter collegare il cavo alla rete. Dal terrazzo, il cavo veniva fatto correre attraverso la pineta di Barcola e trascinato fino al tavolo della giuria.

Il passaggio più delicato consisteva nel sollevare il filo e nel sistemarlo in maniera tale che non intralciasse il traffico veicolare. Per evitare rischi, una persona saliva su un albero che stava dalla parte opposta della carreggiata, intrecciava il cavo ad un ramo robusto e lo consegnava a un secondo atleta che, rapidamente, doveva conquistare il terrazzo degli Ustolin, tendere il filo e creare una sorta di ponte che sovrastasse la strada. Intanto, eventuali automobili di passaggio, venivano bloccate da un terzo canottiere.”

Posso dire che io c’ero, anche se in quei momenti ero già in società per prepararmi alle gare. 13 anni fa Emilio Felluga mi regalava il suo libro con dedica, che conservo gelosamente, in quanto tra i protagonisti del capitolo c’erano i miei genitori che con Felluga avevano un particolare rapporto di amicizia.

BARCOLA MON AMOUR II PUNTATA

Non era solo la mancanza della corrente elettrica il problema sul campo di regata di Barcola, peraltro come abbiamo visto nel I puntata, risolto. Era consuetudine fare le premiazioni immediatamente dopo ogni gara su un pontiletto ancorata tra gli scogli e la riva, sistemato alla mattina presto davanti al tavolo della giuria, al quale si accedeva da riva attraverso una scaletta sostenuta da tubi innocenti. Va da sé che ad ogni onda di motoscafo, il piccolo pontile ne risentiva, ed era successo che qualcuna delle personalità che erano chiamate a premiare era finita in acqua, esposta a pubblico ludibrio. All’epoca le onde non erano solo quelle dei motoscafi di assistenza o delle imbarcazioni da diporto, ma anche quelle delle motonavi Dionea, Ambriabella ed Edra, che dagli anni ’60 viaggiavano sulle rotte Trieste-Muggia-Capodistria, ma soprattutto Grignano-Sistiana-Grado. La bravura del vogatore era quindi non solo quella di far andare la barca più veloce degli avversari, ma anche quella di saper gestire nel miglior modo possibile le onde. Per non parlare poi del vento: 6 erano le corsie, raramente 8, tutti sapevano che dopo la partenza avrebbero dovuto rinforzare di sinistro e cercare di stare più possibile sotto riva. Mi ricordo il mio battesimo nel canottaggio che avvenne in singolo junior I anno, era il lontano marzo 1972, acqua 6 la più esterna, con i più esperti nelle acque più sotto costa. Prima gara della mia vita. Partenza, e via sul passo, rimanendo fino alla fine in acqua 6: arrivai 3°. Al ritorno in società mi fu chiesto perchè non fossi andato più verso riva dopo la partenza, che avrei guadagnato tempo. Non seppi che cosa rispondere. All’epoca, se mi era stata assegnata una corsia, dovevo completare il percorso in quella. Poi con l’esperienza mi feci più “furbo”.

Il discorso del pontile non finisce qui: per spostarlo da dove era di solito rimessato, non era possibile, in quanto molto pesante, farlo con i motoscafi delle società, e si ricorreva quindi all’opera ed ai motopescherecci dei pescatori barcolani, che a torto o ragione avevano un po’ alla volta alzato il prezzo, tanto che ad un certo punto si decise per la premiazione meno canonica ma più economica a terra. E così è tuttora.

BARCOLA MON AMOUR III PUNTATA

All’inizio era Fabio Colocci, segretario del Comitato Regionale FIC, ad essere incaricato delle radiocronache delle regate. Era una descrizione di quello che stava succedendo in acqua. Raccontava Felluga nel suo libro Sognavo il Tour de France:”Fabio aveva una voce squillante, un ottimo bagaglio lessicale, sapeva usare i giusti toni e il pubblico, anche quello occasionale, lo seguiva.” Colocci se non vado errato, nel momento in cui canoa e canottaggio si separarono in due organismi diversi, era il 24 novembre 1973 quando venne costituita la Commissione Italiana Canoa (CIC) mentre il canottaggio proseguì come Federazione, prese le redini dello sport della pagaia, diventando Presidente e poi consigliere nazionale della canoa. All’epoca, l’eredità fu raccolta da una coppia affiatatissima, Benito Romano Giurco speaker e Roberto de Petris chaffeur. In gommone seguivano le regate sul campo di Barcola, e Giurco con una verve innata, un’ironia condita da qualche rudimento tecnico appreso in Ginnastica, intratteneva gli spettatori incuriositi per tutta la durata della manifestazione.

BARCOLA MON AMOUR IV PUNTATA

Il campo di regata di Barcola è sempre stato il riferimento per il canottaggio triestino, ma non solo, si sono disputate negli anni anche gare nazionali in tipo libero, campionati italiani in tipo regolamentare, rappresentando un binomio con la città della bora. Le gare regionali di disputavano anche a Muggia, Grado, Monfalcone, sui laghi di Cavazzo e di Barcis, solo negli ultimi anni, ci si è concentrati su San Giorgio di Nogaro, vista la comodità di avere un campo di regata protetto sulle acque dell’Ausa. Ma com’era quando si gareggiava quasi esclusivamente a Barcola? Nessun problema per le tre società, Nettuno, CMM N. Sauro e Saturnia vicine al campo, anche quando c’era vento, potevano raggiungere la zona di partenza senza grossi problemi, anche DL Ferroviario e Ravalico erano un po’ più avvantaggiati dei club della Sacchetta, che appena messo “il naso fuori”, dovevano fare i conti con onde e vento. Per non parlare di quando era prevista la doppia gara: rientrare in Sacchetta, per poi da lì ripartire e tornare a Barcola. E gli altri? San Giorgio, Timavo, ed Ausonia si appoggiavano a Nettuno e Saturnia (a seconda dei rapporti che si aveva con quelle società): un po’ scomodo, lasciare fuori il carrello dalla Nettuno, scaricare le barche, gareggiare e poi rimetterle sopra, meglio dentro al saturnia, ma così era. La Pullino? Per tradizione la società muggesana si “impadroniva” dello squero ai 500 metri, ed armata di pontiletto che si portavano da casa, facevano tappa lì, per la contentezza, se la gara era d’estate, dei bagnanti, che dalle 6:00 del mattino trovavano occupato lo spazio dove solitamente mettevano gli asciugamani, tanto che man mano che finivano le gare e le barche venivano messe sul carrello, si riappropriavano anche solo mettendo l’asciugamano, del posto che i canottieri li avevano usurpato. Da tenere presente che talvolta partecipavano alla regionale anche le società slovene, che si “spalmavano” dove riuscivano a trovare posto. Oggi si gareggia solo a San Giorgio: comodissimo visto che ci sono anche gli spogliatoi ed il bar ristorante, rimane un po’ di malinconia per un canottaggio diverso, più spartano, ma lo stesso divertente, che dava la possibilità di gareggiare su altri campi del FVG.

BARCOLA MON AMOUR: V PUNTATA

Concludo con questi ultimi appunti, la presentazione del campo di Barcola, al quale è impossibile non rimanere affezionati, e che vedrà domenica la Coppa del Centenario, gara organizzata dal CMM per la speciale ricorrenza. Se le gare si disputavano in un periodo in cui la riviera non era affollata di bagnanti, per gli allenatori c’era la possibilità di seguire le gare dalla partenza all’arrivo anche in bicicletta, quasi come in un campo di regata vero. Va da sé che comunque era necessario, mentre si incitava i propri equipaggi, di stare attenti a non investire i pedoni. Gli ultimi 500 metri poi, il tratto della pineta per intenderci, la vicinanza con i nostri atleti era tale che riuscivano persino a sentire gli incitamenti.

Quella degli urli degli allenatori, spesso supportati dal megafono è un’altra disquisizione interessante, tipicamente barcolana, perchè se alla domenica delle gare tutto è concesso, non lo è per tutti gli altri giorni, per tutti gli altri mesi, dalle 6:00 del mattino in avanti. E’ incredibile come, le voci sull’acqua si propaghino ed arrivino nelle case dei barcolani, che sono ricorsi persino alla rubrica delle Segnalazioni su Il Piccolo per lamentarsi di questo, anche se i nostri imperterriti, giustamente hanno proseguito nella loro opera allenante. Le lamentele non andavano alle correzioni tecniche dei coach nostrani, ma alle espressioni colorite che talvolta accompagnavano il remare dei loro equipaggi.

E con questo concludo la mia passerella di barcolana memoria, augurando a tutti un sano divertimento sportivo domenica per la Coppa del Centenario.

Maurizio Ustolin